la valigia del giullare

"la letteratura è un bene contro le offese della vita" Cesare Pavese

Chi sono

Utente: laRebi

Commenti recenti

Whitechan in L'Ombra del Vento, C...

Archivio

oggi
--- 2007 ---

Categorie

Links

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 12 novembre 2007



"perchè qui sta il problema essenziale: abbiamo perso tutte le sfumature. e con le sfumature i sentimenti ch ele accompagnano e le provocano. -amare-, ad esempio, haun solo senso per tutti. quandoq ualcuno pronuncia quel verbo, le associazioni logiche che produce la nostra mente sono sempre quelle e di lì non si esce: -forse bisogno fisico e fastidio per la mancanza dell'oggetto (esponente altissimo, direi 10); possesso, matrimonio, figli, eredità, sesso secondo necessità."

"ci sono normalità, regole, armonie che nemmeno noti tanto è scontato che ci siano. oggi lo so. è l'eccezione, lo sconvolgimento del consueto che ti mette in ansia, ti sbulina l'animo. la più grande bellezza e l'infima bruttezza partecipano del mistero, c'è negli antipodi, nel contrasto assurdo, nel diverso in natura come un filo, ch ese lo tiri ti fa sentire vicino ad una verità che le cose di tutti i giorni nemmeno sfiorano. c'è nel lampo e nel tuono una forza che manca alla giornata serena; c'è nella febbre, nell'incubo notturno, perfino in una sbronza, un indefinibile attimo di chiarezza, di certezza improvvisa. quanso qualcosa sconvolge ci dice molto di più di ciò che siamo abituati a semtire. l'inspiegabile, l'unico arriva come a scuoterti, svegliarti da un sonno di concilianti abitudini. l'uomo ha livellato tutto, pur di far scorere il suo sangue a quella precisa velocità, far battere il cuore a quel ritmo sempre uguale a se stesso e così vivere il più a lungo possibile, non importa come, non importa a costo di cosa, pur di vivere disegnando una linea dritta, tra immagini a specchi consueti. eccoci lì, macchine in un grande garage ordinato e pulito, dove ogni manovra d'entrata e d'uscita sosta, parcheggio precedenza è stata così precisamente organizzata che non dobbiamo più chiederci quale sia il nostro posto, il nostro percorso, il nostro box. ma forse non siamo in un box. forse questo mondo non è nato per essere un garage. forse questo posto è stato pensato come un parco giochi o una stazione ferroviaria di treni ad orari imprevedibili. i pazzi, i selvaggi i bambini hanno ancora di queste intuizioni. io ero un bambino e nella mia testa di bambino entrò quel libraio e non uscì più."
postato da: laRebi alle ore 20:02 | link | commenti
categorie:

Il libraio di Selinunte, Roberto Vecchioni

le parole sono suoni che aprono modi. non basta accontentarsi della descrizione, non basta accontentarsi del nome. e quando ci si accontenta, quando non si ascolta la melodia, allora succede che le parole non suonano più. come un linguaggio dei gesti per esseri dall'anima sorda e cieca vengopno usate per una comunicazione bassa e volta sontalto alla praticità.

e quando l'anima è sorda può anche a bussare alla porta un vecchio nonno pronto a leggere milioni di libri, pronto a farvi innamorare, a farvi a vivere in quella lettera a Dio che sono i romanzi, che non si risveglierà. servirà per forza un bambino, non ancora intorpidito dalla grettezza di quegli adulti noiosi e ignoranti, per ascoltare e danzare su quelle parole. per ricordarle, per comunicare con l'anima e non con la mente.

e per rivederlo, lì. in cima alla pila più alta. quel piffero.
postato da: laRebi alle ore 18:24 | link | commenti
categorie:
sabato, 10 novembre 2007



"Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perchè la sua carne valga e duri quanlcosa di più che un comune giro di stagione"

"a quei tempi non mi capacitavo di cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili -come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell'uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire e ritrovare la Mora com'era adesso. [...] E fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire 'ho fatto questo, ho fatto quello', ma si parla per farsi un'idea, per capire come va questo mondo. non ci avevo mai pensato prima."
postato da: laRebi alle ore 21:30 | link | commenti
categorie:

La Luna e i Falò, Cesare Pavese

Un viaggio. Un viaggio alla ricerca di sé e del proprio passato, un viaggio coinvolgente, che dipinge terre vicine ma lontane, situazioni tanto vicine a noi a livello temporale, quanto lontane come abitudini di vita. Due piani di esposizione: quello del ricordo, e quello della storia. Un uomo, un bastardo, cresciuto nelle Langhe, contadino e servitore, che affronta la sua inferiorità in confronto alla classe sociale dei suoi padroni. La voglia di scappare da quella terra per farsi una vita, un destino migliore. E un ritorno, perché più si è lontani e più ci si avvicina.

La morte e la vita, il ricordo e l’essere mescolate in pagine che sono nere, nere come il destino di uno stile di vita che non cambia, nero come la speranza che non c’è, in coloro che non hanno viaggiato, in coloro che non sono usciti. La sofferenza tra le righe di chi sa ed è cosciente che non si può cambiare, che la storia lascia i segni nei fiumi, i cadaveri che vengono ripescati, ma che non cambia la mente degli uomini. E si deve uscire per capire, o forse accettare ciò che è come ci è stato dato.

Un personaggio, Cinto, l’erede del protagonista: figlio di colui che ha comprato la casa dove egli era stato era servitore, storpio, non amato, in tensione; che vede con gli occhi di chi lo ha preceduto la storia della propria terra, che non ha ambizioni in quanto è cosciente della propria piccolezza, ma che verrà salvato dalla morte. La morte di un padre suicida ed omicida, che rade al suolo i suoi averi, la sofferenza che uccide, direbbe Nuto. Salvato da chi è stato partigiano, ma che sa che le cose non si cambiano, salvato da chi ha dovuto uccidere, salvato da chi credeva che non si dovesse salvare.

E poi l’America, l’agognata America, l’America come esempio, come segno di ammirazione verso chi c’è stato. E chi l’ha vista e vissuta sa che l’America è il paesello un po’ più grande, ma un paesello che cambia, che è rovesciato dall’uomo quando è stanco, che non resta uguale a sé stesso per l’abitudine. L’America che è giovane. L’America che è simboleggiata da un padre che brucia i suoi averi, che si uccide. L’America è l’antitesi.

E leggendo credi che sia storia autobiografica, e invece è un dipinto inventato. Pavese ha studiato, Pavese ha scritto, ha insegnato. E poi si è ucciso, come il padre di Cinto. Pavese non ha intenzione di scrivere di luoghi, e nemmeno di persone, Pavese non è Verga.

Ma un dipinto lo fa, ed è un dipinto simbolico. Il simbolo della luna che rischiara le camminate notturne con Nuto, il suo Virgilio, l’amico ammirato di sempre, quello che era sempre un passo avanti. E il falò che brucia tutto, brucia i ricordi, brucia le persone, brucia le case. Il rogo della sua casa, della casa del Valino e di Cinto; il rogo dove brucia Santina, spia fascista. E i falò, d’altro canto, delle feste estive, del paese, dove sotto la luna si cantava e si ballava, con le ragazze, l’adolescenza. Due luci differenti ed asimmetriche, quella della luna e del falò.
postato da: laRebi alle ore 21:30 | link | commenti
categorie:



"Ogni libro, ogni volume che vedi, posiede un'anima: l'anima di chi l'ha scritto e l'anima di chi lo ha letto, di chi havissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che uno sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. [...] Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo infinito da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il suo tempo ascoltando partite di calcio alla radio e guardando sceneggiati paga della sua mediocrità. [...] Un giorno sentii dire da un cliente della libreria che poche cose impressionavano un lettore quanto il primo libro capace di toccargli davvero il cuore. l'eco delle parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale -non importa quanti altri libri leggeremo, non importa quante cose impareremo e quante dimenticheremo- primo o poi vi faremo ritorno."

"non cattiva" replico Firmìn "idiota. è ben diverso. la malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volonta ed intelligenza. l'idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all'istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire nel nome del bene e di avere sempre ragione. se sente orgoglioso di rompere le palle, con licenza parlando, a ttti coloro che considera diversi, perchè parlano un'altra lingua, o per il colore della pelle, o perchè hanno un'altra opinione o vengono da un altro paese o, come nel casl di Don Federico, perchè non approva il loro modo di divertirsi. nel mondo c'è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti."
postato da: laRebi alle ore 21:18 | link | commenti
categorie:

L'Ombra del Vento, Carlos Ruiz Zafòn

I romanzi gialli non sono certo il mio genere preferito. Ma se l’ambientazione è tanto reale da permetterti di viaggiare insieme ai protagonisti, se il protagonista è un libro misterioso, scritto da un personaggio ancora più misterioso, allora la lettura è sconvolgente.

Un viaggio nella Spagna, e nella Barcellona in particolare, di Franco, e poi della Seconda Guerra Mondiale. Un viaggio tra le repressioni, tra giustiziati sconosciuti, tra spie del male e tra comandanti perfidi. Perfidi quanto è stato perfido il loro passato.

Cinque personaggi legati indissolubilmente dal filo della vita. Cinque personaggi che nascono come amici e poi si uccidono, che nascondono i propri segreti e che meditano vendette. E un ragazzino catapultato nella vicenda con la stessa forza di un’adolescente curioso.

Troppe coincidenza per non essere davvero parte della vicenda, troppe stranezze per non avere la curiosità di capire la verità.

E così Daniel, adolescente figlio di un libraio, dopo aver trovato il Suo  libro nel Cimitero Dei Libri Dimenticati, prende parte del grande mistero che infittisce le trame del racconto. Tra giri di amicizie, e racconti di contrabbando riesce a scoprire la vera storia grazie ad una lettera lasciata dalla defunta Nuria, amante dell’autore del libro, al padre, custode del Cimitero Dei Libri Dimenticati, proprio per lui.

E così il romanzo prende le vesti del maestro, e fa sì che Daniel non ricalchi le parti del suo autore, fa sì che non abbandoni nella ricca villa la fidanzatina Bea, incinta, che si sposino, e mette a posto come gli ultimi tasselli di un grande puzzle le piccole vicende che si intersecano con quella principale.

E questo la parte migliore: il libro che insegna, che è un maestro, che permette ai lettori di scoprire vite e di non ricadere negli stessi errori. Cosa c’è di meglio che un insegnante silenzioso come un vecchio e dimenticato libro, che ha tanta vita dentro la copertina di cuoio, quanta è la morte descritta nelle sue pagine. E è tanto meglio quando si possono prendere gli stessi insegnamenti proteggendo il libro e il suo autore, nascondendo l’oggetto in un cimitero dei libri che solo pochi eletti possono conoscere, e facendo vivere il suo autore nei ricordi e nell’inchiostro blu di una Montblanc che è passata di mano in mano proprio come la storia.

Personaggi preferiti. Bè, in un romanzo come questo non si può prescindere da qualche personaggio, e anche l’ispettore Fumero, il carnefice, ha sicuramente il suo fascino. E una causa per le sue azioni. La causa di un passato infame, che lo ha fatto figlio di un padre inesistente nella sua presenza e di una madre che ambiva solo al successo, ma troppo squallida per poterlo raggiungere; che lo ha reso lo zimbello dei compagni di Liceo più svegli e che, come valvola di sfogo, gli ha dato tra le mani un fucile per mettere fine alla vergogna e al senso di inferiorità che lo possedeva. E credo proprio sia un denominatore comune a tanti malati di sangue di rabbia e di vendetta, senza inoltrarsi nelle pagine dei romanzi, ma guardando nella vita e nella cronaca giornaliera.

E poi Miquel, forse lui il mio personaggio prediletto. L’amico che si rovina e che soffre per gli amici, quello che non chiede mai nulla indietro. Figlio di un commerciante d’armi, e di un provocatore di guerre come dice la gente, e che ricicla il denaro sporco evolvendolo in opere di bene; e per questo motivo disprezzato dalla famiglia, che lo lascia malato di tubercolosi in una cantina senza finestre. Finchè a prelevarlo dalla sua certa fine sarà proprio Nuria. E perché vive? Vive per poter aiutare un’ultima volta il suo migliore amico Julien, l’autore del libro misterioso, con il quale si scambierà la carta d’identità, e morirà giustiziato in suo nome, per mano proprio dell’amico d’infanzia Fumero. E quale gesto più nobile e coraggioso può esserci a suggellare un’amicizia. E di mano in mano lo scettro spetta ora a Nuria, che protegge l’amato Julien, ma non potrà fermarlo da diventare un anima malvagia, o solo uno che vuole cancellare la sua presenza dalla faccia della terra. E così, piromane, inizia a distruggere ogni copia dei suoi libri poco venduti. Tranne una. Quella nelle mani di Daniel. E tra infinite peripezie, nel finale, quale è lo scopo e il fine ultimo di ogni personaggio del romanzo? Il ricordo, il ricordo per mezzo di un libro. Daniel donerà a Julian la voglia di vivere ancora grazie ai suoi romanzi, la fortuna di poter continuare a scrivere, e l’accettazione a non poter cancellare le tracce di sè. Per un motivo. Vive nella memoria di chi lo ha cercato e di chi lo ha amato. Ed è questa la sorte di tutti i personaggi positivi: la vita nel ricordo, la pietra filosofale di tutti noi. L’immortalità nella memoria. Un accento abbastanza foscoliano, se oltretutto l’oggetto del desiderio, e la causa scatenante di tutto il romanzo risiede proprio lì; in un Cimitero. Certo, un cimitero sicuramente particolare. Perché proprio lì ha sede l’oblio del ricordo, che deve essere risvegliato da pochi personaggi eletti. E dove vivrà per sempre Julian, nelle pagine dell’ultima copia del suo libro. E tra fosse comuni, tra cimiteri, per uomini o libri non ha troppa importanza. E poi nel ricordo, ogni figura viene trasformata dalla propria fantasia: un uomo incapace di dare amore, per paura o solitudine, come il padre adottivo di Julian, è ricordato come un burbero o un pazzo dalla portinaia pettegola. E l’ispettor Fumero. Egli non verrà ricordato da nessuno. Perché il male, se scava così a fondo, lascia le cicatrice, ma cancella il nome del colpevole. Forse è la vita che fa così, forse è la capacità di perdonare un uomo che poi ha la sola colpa di non aver avuto amore nella sua vita. E forse, per riscattarsi, lo si ricorda come un bambino con un vestito da marinaretto. La causa del suo odio.

E l’ombra del vento dunque cosa finisce per essere, se no il soffio del ricordo che fa aria nella nostra mente, e nei nostri album fotografici della memoria?
postato da: laRebi alle ore 10:59 | link | commenti (1)
categorie: